Nico D'ascola | INTERVENTO IN AULA SENATORE NICO D’ASCOLA 2 DICEMBRE
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INTERVENTO IN AULA SENATORE NICO D’ASCOLA 2 DICEMBRE

02 dic INTERVENTO IN AULA SENATORE NICO D’ASCOLA 2 DICEMBRE

Signor Presidente, anch’io mi dichiaro non soddisfatto dalla risposta del signor Sottosegretario per tutta una serie di ragioni che in maniera estremamente sintetica elenco ancorché l’intervento del senatore Palma ne abbia indicate già talune.
Intanto, quanto all’astensione, noi non ci siamo mai espressi nel senso di un’astensione obbligatoria come compare nella risposta. Abbiamo ragionato sulle gravi ragioni di opportunità ma anche su quella facoltativa astensione che avrebbe dovuto consigliare a quel giudice di non prendere parte ad una decisione rispetto alla quale lui non poteva risultare imparziale, intendendosi per imparzialità una condizione di neutralità assoluta, ossia di mancanza di ogni condizionamento.
Così come non è soddisfacente la risposta della dichiarata costituzionalità della legge Severino perché è chiaro che la Corte costituzionale si pronuncia su di un eventuale conflitto tra quella legge, tra alcune sue norme e le disposizioni costituzionali ma qui si è posto un problema di opportunità e di scelta di politica legislativa che ovviamente sta al di fuori dei problemi della costituzionalità. Così come noi non abbiamo posto un problema di composizione del collegio della Corte di cassazione e al riguardo non si comprende quel segmento della sua relazione che lo riguarda.
Poi c’è da dire che il problema della rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale è affrontato in maniera corretta nella sua relazione ma ciò non risolve minimamente il problema. Devo essere chiaro: è evidente che, allorquando le prove valutate non siano dichiarative, non si possa rinnovare un’istruttoria dibattimentale che dovrebbe riguardare l’assunzione delle prove dichiarative ma intanto la giurisprudenza che lei ha citato pone un problema diverso. Si dice che non si può modificare una precedente sentenza di assoluzione soltanto sulla base di una rilettura degli atti del giudizio di primo grado che è proprio quello che lei dichiara essersi verificato.
Non soltanto, ma quella stessa giurisprudenza afferma un principio che sta in un cerchio dal diametro molto più dilatato. Si dice sostanzialmente ‑ e l’affermazione è anche contenuta in diverse sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo ‑ che il giudizio di appello, per meglio dire la sentenza di appello è una sentenza debole rispetto alla sentenza di primo grado, se assolutoria, perché, laddove una sentenza di assoluzione asseconda un principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza, al contrario la sentenza di condanna è una sentenza che confligge con quella presunzione. E, laddove per essere assolti è sufficiente che le prove, pur esistenti, siano incomplete o contraddittorie, la sentenza di condanna implica il superamento del ragionevole dubbio. Allora è chiaro che non si può parlare di sentenze di condanna e di sentenze di assoluzione… (Il sottosegretario Ferri conversa con un senatore).
Io vorrei parlare con il Sottosegretario, per cortesia, senza che altri parlamentari si frappongano e determinino un’impossibilità di comunicare.
Quindi, con questa premessa, è chiaro che non si può parlare delle due sentenze come se fossero la stessa cosa. Ecco perché i nostri principi si condensano in quella conclusiva affermazione secondo la quale non si può pensare di ribaltare una sentenza forte con una sentenza debole mediante una mera rilettura degli argomenti, soprattutto – mi sia consentito, signor Sottosegretario – se il fatto ruotava sulla valutazione della componente soggettiva del fatto di reato, ossia su componenti impalpabili, la motivazione delle quali è frequentemente connessa o legata a supposizioni e a congetture in ordine alla loro esistenza.
Al di là di queste affermazioni – ve ne potrebbero essere altre, ma i cinque minuti che mi sono concessi sono troppo pochi perché mi possa attardare su queste cose – c’è un problema: la nostra interpellanza ha un grave e specifico intento simbolico. Attraverso questa interpellanza, noi vogliamo prescindere dalla vicenda concreta che ha occupato, purtroppo con quel drammatico risultato, il senatore Minzolini, perché avremmo posto la questione chiunque fosse stato il senatore o il deputato interessato dalla vicenda. È un fatto simbolico, che prescinde da ogni appartenenza ad un Gruppo politico. Tra l’altro, proprio nel contesto di questa affermazione del valore simbolico, oltre che politico (come dirò da qui a qualche momento), c’è il fatto che non sappiamo se, nel segreto di quella camera di consiglio, il giudice sospetto abbia eventualmente sostenuto la ragione dell’affermazione e della conferma della sentenza di primo grado. Ma proprio ciò rende forte la nostra affermazione di un grande valore simbolico, allorquando si pretende dal Ministero della giustizia un controllo e una valutazione su dati normativi e su disegni di legge che andrebbero in questa direzione. Parlo del ricollocamento dei magistrati nella più prestigiosa collocazione possibile – l’abbiamo detto con chiarezza, perché non sembri una sorta di rivendicazione – che comunque impedisca che, dopo aver fatto politica, dopo aver preso parte a conflitti con altri gruppi politici, dopo aver sostenuto sul versante opposto membri del proprio gruppo politico, si possa poi tornare a svolgere una funzione che implica necessariamente una condizione di imparzialità.
Ma il problema è anche politico, perché sarebbe impensabile che il Parlamento di una grande nazione – come noi coerentemente e giustamente ci definiamo – non si interessasse ad una vicenda come quella del senatore Minzolini. Noi qui abbiamo in apparenza, non necessariamente nella realtà (ma, allorquando si parla di garanzie essenziali, l’apparenza coincide con la realtà), una sentenza pronunciata in conflitto con i principi costituzionali del giusto processo. Signor Sottosegretario, nell’articolo 111 della nostra Costituzione c’è o no il principio secondo il quale il giudice deve garantire in apparenza, al di là del concreto della camera di consiglio, la sua imparzialità?
Ebbene, in questa sede noi registriamo che non è successo, perché nella apparenza il senatore Minzolini è stato giudicato da chi meglio avrebbe fatto ad astenersi. Noi abbiamo parlato di ragioni gravi di opportunità, ma anche di una valutazione che ci sarebbe piaciuto quel giudice avesse fatto nel riconoscere che era meglio che un altro giudice avesse giudicato il senatore Minzolini.
In questo contesto, tra l’altro, emerge in tutta evidenza una serie di connesse valutazioni che non sono piaciute; di talché, ci troviamo dinanzi a un giudicato che lascia l’amaro in bocca. Non soltanto non si è avvertita l’opportunità di astenersi affinché quella sentenza non solo fosse, ma soprattutto apparisse imparziale, ma, per di più, è stato sovvertito un quadro giurisprudenziale che avrebbe vietato una rilettura del materiale assunto in primo grado; e, per di più, è stata applicata una pena addirittura superiore a quella richiesta dal pubblico ministero.
Insomma, tutte queste componenti e quello che è successo fanno del processo che si è concluso con la sentenza di condanna del senatore Minzolini un processo che, in tutta coscienza, nessuno di noi può definire giusto; un processo che ha conflitto con principi costituzionali consolidati.