Nico D'ascola | L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO NICO D’ASCOLA NEL CORSO DEL DIBATTITO IN AULA SULLE UNIONI CIVILI
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L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO NICO D’ASCOLA NEL CORSO DEL DIBATTITO IN AULA SULLE UNIONI CIVILI

09 feb L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO NICO D’ASCOLA NEL CORSO DEL DIBATTITO IN AULA SULLE UNIONI CIVILI

Signora Presidente, vorrei fare una premessa, seppur io credo superflua: nella posizione di Area Popolare non c’è alcun intento discriminatorio. Noi ci vergogneremmo se soltanto avessimo pensato all’idea di una discriminazione nei confronti di soggetti che hanno orientamenti sessuali di natura per l’appunto omosessuale; né tantomeno c’è il rifiuto di una disciplina legislativa del rapporto omosessuale, quindi delle unioni civili da intendersi come unioni regolative dei rapporti tra soggetti dello stesso sesso. E tuttavia noi non possiamo peccare di quella superficialità che indurrebbe a trascurare le modalità di una disciplina legislativa, ritenendo che qualsivoglia disciplina legislativa debba essere accettata soltanto perché regolativa dei rapporti tra soggetti dello stesso sesso.
Ora, noi siamo in grado di spiegare le ragioni della nostra posizione politica, ma anche di quelle scelte morali, di quella visione della società che inevitabilmente costituisce la parte fondativa di ogni posizione che deve essere assunta su temi che riguardano la posizione etica, l’orientamento sessuale, ma – sia consentita – anche la visione complessiva della società che si immagina di progettare per il futuro. Quindi non un no aprioristico, non una chiusura determinata da ragioni di discriminazione, ma la possibilità di poter spiegare in maniera del tutto analitica e del tutto chiara la nostra posizione.
D’altronde – e lo anticipo – ho condiviso gran parte dell’intervento della senatrice Finocchiaro appena pronunciato: alcune parti sono davvero condivisibili e in un certo senso dimostrative di come all’interno di questa nostra Assemblea vi sono posizioni delle posizioni che ovviamente si intrecciano, al di là della differenza delle posizioni politiche che qui inevitabilmente sono scontate.
Infatti, illustri senatori e senatrici, c’è un filo rosso che lega alcune delle variabili principali di questo complesso discorso sulle cosiddette unioni civili: matrimonio, da una parte come categoria di ordine generale, e adozioni e utero in affitto. È questo, per l’appunto, l’argomento su cui poc’anzi la senatrice Finocchiaro, da par suo, intratteneva tutti noi che, con molto rispetto e partecipazione, abbiamo seguito il suo intervento.
Perché mi permetto di parlare di un filo rosso comune che collega questi tre argomenti che taluno ha pensato di poter separare, banalizzando il significato che si deve necessariamente connettere a ognuno di essi individualmente, ma che poi soprattutto li lega in un rischio davvero drammatico che noi vorremmo scongiurare e che soprattutto non vorremmo che il nostro Paese corresse? L’ho fatto perché non c’è dubbio che il tema del matrimonio sia direttamente collegato a quello delle adozioni. Saremmo superficiali, saremmo ingenui, peccheremmo della capacità di immaginare la prevedibile evoluzione del diritto se non fossimo nella condizione di prevedere da subito che, se le unioni civili ricalcano in maniera integrale il matrimonio, già esse stesse implicano la possibilità delle adozioni a prescindere da ogni riferimento – ed in questo caso concordo con un’altra senatrice che preferisce, come me, la lingua italiana alle denominazioni anglosassoni – a quel brutto termine di adozione del figliastro, per come si traduce in italiano la stepchild adoption. Da un lato, il matrimonio, se di natura omosessuale, inevitabilmente non potrà essere discriminato già per effetto dell’articolo 14 Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), quindi del divieto di discriminazione rispetto al matrimonio eterosessuale; si ha, quindi, una implicata e necessariamente connessa idea di adozione come caratteristica di ogni unione matrimoniale. Il matrimonio entra quindi in questa dinamica proprio per effetto della impossibilità di separarne il suo significato, la sua portata giuridica, dal tema delle adozioni.
Inoltre, il tema delle adozioni, di cui all’articolo 5 del disegno di legge in esame, come disposizione specialmente dettata per il tema delle unioni civili, inevitabilmente apre la strada all’utero in affitto. Come si fa a non vedere questo elemento di collegamento? Si tratta di un similmatrimonio che inevitabilmente comporterà il potere di adottare, ovviamente il potere di richiederlo al giudice. Ci mancherebbe altro, non c’è un’adozione diretta che possa essere disposta per iniziativa dei privati, ci sarà sempre un magistrato ovviamente a dover decidere. Tuttavia, è un matrimonio omologato in maniera del tutto evidente, basterebbe il quarto comma dell’articolo 3 in cui si stabilisce che in tutte le disposizioni, le espressioni «coniuge» o «coniugi» devono intendersi equivalenti alle correlative espressioni «partner» o «partners» delle unioni civili. Inevitabilmente, ciò determina una sovrapposizione di un istituto, quello dell’unione civile, con il matrimonio, al quale inevitabilmente è connessa l’idea della adozione.
Quanto alle adozioni, siccome nel contesto delle unioni civili non sarà sempre possibile necessariamente disporre di un bimbo da adottare, salvo il caso della preesistenza di un figlio naturale ovvero di un figlio adottivo (cosa certamente possibile, ma non necessariamente costante e presente in tutte queste vicende), l’articolo 5 del disegno di legge in esame aprirà inevitabilmente la porta alla pratica dell’utero in affitto, della quale si diceva poc’anzi essere rappresentativa della commercializzazione, non soltanto del proprio corpo, ma del prodotto del proprio corpo in un contesto nel quale questo prodotto, non soltanto sarà oggetto di uno scambio (il corpo di un bambino appena nato contro il prezzo), ma addirittura finirà per essere una ragione di sottomissione di categorie deboli ed indifese nei confronti di soggetti dotati di capacità di persuasione economica.
Sono considerazioni in tutto e per tutto sovrapponibili a quelle che sono state da poco pronunciate. Era ovvio che l’orgoglio, ma anche la tradizione, di una cultura femminista, che si è formata attraverso le grandi battaglie che hanno davvero rappresentato la promozione del nostro Paese, si dovesse fermare su questo argomento. È impensabile, infatti, che a una idea di civiltà sia sconnessa l’idea secondo la quale il corpo e il prodotto del corpo di una donna non possano essere oggetto di uno scambio, la controparte del quale è rappresentata dal pagamento di una somma di denaro.
Se questi, onorevoli senatori e onorevoli senatrici, sono i termini della questione, io devo tornare – e mi sia consentito – su un tema che non può essere dimenticato. Veniva detto poc’anzi che l’utero in affitto è proibito dal sesto comma dell’articolo 12 della legge n. 40 del 2004; ma è chiaro che la punibilità di questa condotta è soltanto finta, apparente. Noi questo lo dobbiamo dire con perentorietà, non tanto perché costituisca una mia personale convinzione (che sarebbe ovviamente cosa fin troppo irrilevante perché venisse comunicata in quest’Aula), ma perché già importanti sentenze dei tribunali italiani lo dichiarano, per effetto di una situazione giuridica sul punto del tutto evidente e incontestabile: se è punibile in Italia l’utero in affitto, è fuori discussione che sia consentito all’estero. Allora, anche in Italia non è punibile una condotta se è compiuta in un Paese estero, laddove questa stessa condotta è consentita. Manca quella che noi chiamiamo clausola della doppia incriminazione e, d’altronde, i fatti noti, che sono all’attenzione di ognuno di noi, sono perfettamente dimostrativi della circostanza che, non per tutte le coppie omosessuali, ma per le coppie omosessuali ricche è consentito recarsi all’estero, creare, attraverso lo strumento dell’utero in affitto, una famiglia artificiale, tramite l’incarico a una donna di partorire un bambino che le verrà immediatamente dopo sottratto, tornare in Italia e determinare una situazione di fatto che l’articolo 5, ma anche gli articoli 1, 2 e 3 determinerebbero come perfettamente sovrapponibile a una situazione di diritto.
È questo il punto che Area Popolare – e coloro i quali la pensano come noi – vuole impedire: non c’è una opposizione preconcetta alle adozioni sconnessa dall’uso che del sistema delle adozioni con certezza si può fare. Chi è contrario all’utero in affitto non può, poi, essere favorevole alle adozioni, perché l’adozione crea il presupposto perché l’utero in affitto si incrementi. Noi avremo una serie di coppie che saranno nient’altro che committenti di uteri in affitto, nel tentativo di creare, in via artificiale, una famiglia che dal punto di vista naturale sarà una famiglia impossibile.
Allora, se il punto di arrivo del nostro ragionamento è quello costituito dal fatto che l’utero in affitto si deve vietare, è chiaro che noi, prima ancora, dobbiamo proibire le condizioni che daranno luogo all’utero in affitto.
A dire la verità – e dando una risposta alla senatrice Finocchiaro – quella sua dichiarazione, del tutto condivisibile, mi sento di sottoscriverla; anzi, in un certo senso l’ho sottoscritta ancor prima, con la presentazione di un emendamento, nella parte in cui chiediamo ragionevolmente – mi sia consentito di sottolineare l’avverbio che mi permetto pronunciare – che alle pratiche di utero in affitto sia trasferita la disciplina giuridica che sta, per il turismo sessuale, già nel codice penale, all’articolo 604.
Rendere, cioè, punibile anche in Italia una condotta di utero in affitto commessa all’estero, su di un territorio dove quella condotta è consentita.
Senatori e senatrici di questo splendido Senato italiano, possiamo vedere come alla fine le distanze non sono poi così tante, perché quella pratica costituisce l’obiettivo di una proibizione che si regge sul diritto naturale – mi sia consentito di affermarlo prima – oltre che su considerazioni che renderebbero il nostro ordinamento giuridico strabico (si valuta in un certo modo una vicenda e una vicenda analoga la si valuta in maniera diametralmente opposta, non seguendo quei criteri di eguaglianza e ragionevolezza che vogliono che vicende simili siano trattate analogamente, nel rispetto addirittura di presupposti di natura costituzionale). Allora, questo è il nostro comune modo di sentire; un modo di vedere – mi sia consentito perché essere sospettati di forme di regressione culturale è un’accusa che ovviamente non fa felice nessuno, soprattutto coloro i quali non avrebbero mai pensato di poter essere catalogati dalla parte dei soggetti che non vogliono la felicità degli altri, che la ostacolano in tutti i modi – che è stato condiviso recentemente in maniera pubblica da un filosofo marxista, Giuseppe Vacca, il quale ha detto le stesse cose che abbiamo detto noi prima.
Non è il vezzo di utilizzare una copertura culturale o ideologica che mi induce a fare questi riferimenti; è semmai la voglia di sottolineare la fondatezza delle nostre osservazioni. C’è un collegamento ovvio, inevitabile. Insomma chi si predispone a favore delle adozioni deve sapere che stimolerà le pratiche di utero in affitto congiuntamente a quella sua ulteriore affermazione. I diritti individuali vanno tutelati, ci mancherebbe altro. Da posizioni liberali nessuno può dire cosa contraria rispetto alla tutela del diritto individuale, ma il diritto individuale, in un Paese che conosce la complessità di una dinamica sociale estremamente delicata al riguardo, va coordinato in un contesto di coesione sociale.
Noi non possiamo semplicemente e soltanto dire che ogni diritto va riconosciuto (per quanto riguarda la mia personale convinzione, andrebbero anche riconosciuti i doveri, e i cittadini andrebbero anche richiamati ogni tanto all’osservanza dei doveri); in un contesto di questo genere noi altro non facciamo che rischiare di creare una società ancor più liquida di quella che ci troviamo a gestire con enorme difficoltà. Una civiltà che non ha direzionalità, che si limita soltanto ad affermare che siccome una cosa è moderna, siccome l’hanno fatta gli altri, per questa ragione anche noi dovremmo – senza nemmeno riflettere, senza nemmeno che queste parole fossero pronunciate all’interno di un’Assemblea, che può certamente rifiutarle – classificarle negativamente, laddove possono determinare la riflessione, determinando anche l’unità delle forze politiche se si individua il giusto punto di equilibrio.
Con queste considerazioni, eccellenti senatori ed eccellenti senatrici, io mi permetto di dire che la storia non si sviluppa sempre e necessariamente per accrescimenti lineari. Noi non possiamo sempre dire che una novità è comunque un fatto positivo, perché allorquando si tratta di disciplinare la struttura antropologica di una futura società non si può semplificare il dibattito dicendo che tutto ciò che rappresenta una modernità è un fatto da condividere, e al contrario ciò che non si iscrive nel quadro delle novità non dovrebbe essere condiviso.
Perché la storia – lo ripeto e lo dico per l’ultima volta – non si sviluppa per accrescimenti lineari. Noi abbiamo avuto momenti di gravissimo regresso. Noi che abbiamo vissuto gli anni recenti della nostra storia nazionale lo sappiamo: quante cose ci sono state presentate come cose che si dovevano fare perché i tempi lo richiedevano? E di quante di queste cose ci siamo dovuti, purtroppo, pentire? Concludo, forse anticipatamente rispetto al tempo che mi è stato assegnato, ma non credo che questo rappresenti una limitazione per chi interviene, né tantomeno per il contenuto del dibattito.
Il filo rosso del quale io parlavo, che lega matrimonio omosessuale, adozioni nel contesto del matrimonio omosessuale e conseguentemente utero in affitto, è un legame di tutta evidenza. Se noi riteniamo che l’utero in affitto debba essere proibito in maniera radicale perché una pratica del genere non diventi lo strumento ordinario di creazione di una famiglia artificiale con grave sopraffazione per i diritti della donna e con una grave mortificazione della sua natura e della sua funzione sociale, noi non soltanto dobbiamo impedire che ci siano queste evidenti connessioni, ma dobbiamo far sì che l’utero in affitto costituisca un reato punibile in Italia ovunque esso sia commesso. (Applausi dai Gruppi AP (NCD-UDC) e LN-Aut).