Nico D'ascola | L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE NICO D’ASCOLA IN AULA SUL DISEGNO DI LEGGE SULLA PROTEZIONE DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA
2005
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L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE NICO D’ASCOLA IN AULA SUL DISEGNO DI LEGGE SULLA PROTEZIONE DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA

21 dic L’INTERVENTO DEL PRESIDENTE NICO D’ASCOLA IN AULA SUL DISEGNO DI LEGGE SULLA PROTEZIONE DEI TESTIMONI DI GIUSTIZIA

“Signor Presidente, io ritengo che l’aspetto giuridico sia importante, perché non si può discutere di un testo legislativo senza valorizzarne gli aspetti in diritto, però ritengo che l’aspetto politico sia addirittura preminente.
 
Parliamo dei due versanti sui quali occorre intrattenersi. Intanto vi è un versante soggettivo, ossia di individuazione dei soggetti ritenuti meritevoli dei criteri del sistema di protezione, delle tutele introdotte da questa legge. Da questo punto di vista, c’è una dilatazione importante, perché non si comprendono soltanto i testimoni di giustizia, ossia coloro i quali hanno svolto un’attività testimoniale rendendo dichiarazioni dinanzi all’autorità giudiziaria, bensì si include nel novero dei soggettivi che beneficiano di questa forma di tutela non soltanto i soggetti che stabilmente convivono con i testimoni di giustizia, ma anche i soggetti coinvolti dall’area del pericolo – potremmo dire – che pone a rischio la loro stessa sopravvivenza. Quindi vi è un’importante dilatazione.
 
Inoltre c’è un’attenzione alla qualità delle dichiarazioni, con la legge responsabile, perché c’era un problema costituito dalla necessità di individualizzare il trattamento riservato ai testimoni di giustizia a coloro i quali risultassero meritevoli.
 
Qui l’obiettivo è perseguito su di un doppio versante. Per un verso si dice che costoro debbano avere reso delle dichiarazioni attendibili in senso intrinseco, e per giunta fondatamente attendibili. C’è l’utilizzazione di un attributo che forse poteva ritenersi superfluo, quella della fondatezza dell’attendibilità, perché si sarebbe potuto obiettare che ciò che è attendibile lo è in quanto è fondatamente attendibile. Però l’uso, forse enfatico, plurimo, dell’attribuzione serve a sottolineare che non si può pretendere di beneficiare di un trattamento di questo genere solo per aver reso delle dichiarazioni che magari si collocano in un’area di dubbio.
 
Quindi parliamo di attendibilità per giunta oggettiva, perché l’altro attributo, quello dell’attendibilità intrinseca, è derivato da una collaudata giurisprudenza (ormai dal 1991, perlomeno con la prima sentenza a sezioni unite, quella relativa all’omicidio del commissario Calabresi) secondo la quale l’attendibilità intrinseca è quindi una connotazione intrinseca oggettiva della dichiarazione. Quindi viene dopo l’attendibilità soggettiva e costituisce un corredo rassicurante della circostanza che quel soggetto merita effettivamente la protezione che gli viene riservata.Ora, lo diceva il relatore, vi è un aspetto di umanizzazione della tutela, perché la tutela non può spingersi, salvo il caso in cui vi siano delle prevalenti esigenze di sicurezza, fino al punto di allontanare questi soggetti dal luogo in cui essi vivono e dove esercitano quelle attività lavorative che costituiscono il sostegno loro e della loro stessa famiglia. Quindi, in linea principale, vi è il diritto a rimanere nel posto dove si vive, dove si intrattengono le proprie relazioni lavorative, sociali e umane, salvo che non siano prevalenti quelle esigenze di sicurezza che eventualmente possano consigliare l’allontanamento da quei posti; e poi il diritto al mantenimento delle relazioni affettive che costituisce un necessario pendant rispetto al diritto a rimanere là dove si è sempre vissuti.Dicevo, l’altro parametro a mezzo del quale si persegue l’obiettivo di garantire dichiarazioni attendibili è costituito dalla introduzione di una circostanza aggravante ad effetto speciale, a corredo del delitto di calunnia, per coloro i quali abbiano, nel tentativo di ottenere ovvero di permanere sotto il regime di speciale protezione, reso delle dichiarazioni false nella consapevolezza della loro falsità, quindi attribuendo un fatto ad un soggetto il quale si sapeva prima ancora essere innocente.Le misure ulteriori sono quelle di un sostegno economico che, avvedutamente, centra l’obiettivo del mantenimento di un tenore di vita corrispondente a quello al quale è si è rinunciato. Dicevo in apertura (e sarei incompleto se non dessi conto di quest’altro versante) che la scelta politica è in un certo senso sovrastante dal punto di vista valoriale e di quelle ragioni che dirigono la decisione del legislatore in una direzione o in un’altra rispetto al pur cospicuo e altrettanto rilevante versante giuridico, ossia in cosa le scelte assiologiche del legislatore si sono concretizzate. Nel provvedimento in discussione interveniamo infatti su quello che potrei definire lo snodo essenziale di ogni buona democrazia, ossia i fatti regolativi del rapporto di fiducia tra Stato e cittadino. Questo è uno degli elementi fondamentali della democrazia, perché il cittadino rinuncia a determinate sue prerogative, anche di libertà, nei confronti di uno Stato, il quale assolva a quegli obblighi strumentali minimi (così potrei definirli), che sono indicativi di un livello adeguato del rapporto di lealtà tra Stato e cittadino. Lo Stato si assume quindi obblighi di tutela nei confronti dei cittadini, consistenti nell’assicurare le migliori condizioni di vita, e si obbliga a mantenere la pace e la coesione sociale, in cambio di una cessione di diritti individuali del cittadino. Non era quindi pensabile che, in un contesto che costituisce l’in sé del rapporto di fiducia e quindi delle garanzie democratiche, lo Stato venisse meno ad un obbligo di solidarietà nei confronti di soggetti che rinunciano alla loro tranquillità familiare, al diritto di vivere laddove sono nati, ai rapporti affettivi, sociali, ai vantaggi economici conseguenti a un’attività che loro hanno liberamente esercitato da sempre, ma che veda dall’altra parte lo Stato renitente, omissivo, latitante nell’assolvere a quei doveri non soltanto di protezione, ma anche di garanzia in ordine alla prosecuzione e al mantenimento di quelle condizioni di vita precedenti l’assunzione di un obbligo importante del cittadino nei confronti dello Stato, che si sostanzia nell’obbligo di rendere leale il proprio comportamento nei confronti dello Stato stesso, nell’assolvimento di un difficile ma doveroso obbligo di lealtà nei confronti dell’amministrazione della giustizia, rendendosi protagonisti di un comportamento assolutamente fedele ed osservante rispetto alle regole, ma con ciò assumendosi rischi non soltanto propri, ma soprattutto nei confronti della propria famiglia.Ritengo quindi che forse l’aspetto più qualificante del provvedimento in esame sia nella direzione di essere espressione di principi fondamentali di democrazia regolativi di questo difficile rapporto tra Stato e cittadini, che questo testo normativo realizza in un contesto di realtà e di assolvimento reciproco di obblighi”.