Nico D'ascola | L’INTERVENTO IN AULA DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO NICO D’ASCOLA SUL REATO DI NEGAZIONISMO
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L’INTERVENTO IN AULA DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO NICO D’ASCOLA SUL REATO DI NEGAZIONISMO

04 mag L’INTERVENTO IN AULA DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO NICO D’ASCOLA SUL REATO DI NEGAZIONISMO

 Signora Presidente, ringrazio i vice presidenti Gasparri e Calderoli che, avendo richiamato il comma 5 dell’articolo 100, hanno reso possibile un dibattito che ha messo in evidenza la verità.

Qual è il primo punto da cui occorre partire? Mi permetto di richiamare l’attenzione dei senatori, per lo meno di quelli interessati, perché il dibattito ha registrato interventi di colleghi che hanno parlato senza nemmeno aver letto l’emendamento e il testo che dobbiamo approvare.

Il primo punto di partenza concerne l’accusa di una modificazione addirittura integrale del testo del disegno di legge, che si risolverebbe nell’emendamento a mia firma. Ripeto: chi ha sostenuto ciò non ha avuto il piacere, né sentito la necessità di leggere l’emendamento e neppure la norma su cui esso incide. Richiamo, allora, l’attenzione dei senatori al testo dell’articolo 1 del disegno di legge (pagina 3, colonna sinistra), ben sapendo tuttavia che la verità non interessa coloro i quali hanno parlato di cose che non sono nemmeno contenute nel testo. Infatti, leggendo il testo del provvedimento si apprende che l’avverbio «pubblicamente» era stato inserito dal Senato soltanto nell’articolo 1 della cosiddetta legge Mancino-Violante del 1975. L’articolo 1 non fa alcun riferimento al negazionismo, ma si limita a punire soltanto l’istigazione alla discriminazione, ovvero l’istigazione, la propaganda e l’incitamento alla violenza in maniera del tutto generalista. Pertanto, chi ha detto che l’eliminazione dell’avverbio «pubblicamente» avrebbe determinato una dilatazione dell’applicazione del testo che ci interessa (che in realtà è l’articolo 3-bis), non ha nemmeno letto il testo su cui l’emendamento incide.

L’articolo 3-bis, che è l’unico da sempre destinato alla materia del negazionismo – e, quindi, non l’articolo 1 della cosiddetta legge Mancino-Violante) – recava nel testo approvato dal Senato, così come anche in quello approvato dalla Camera dei deputati, l’aggettivo pubblico quale attributo dei sostantivi propaganda, incitamento e istigazione. La modifica del mio emendamento è consistita nel sostituire alla parola «pubblico» la ben più evoluta e costituzionalmente orientata espressione: «in modo da cagionare concreto pericolo di diffusione». Perché dico che questa espressione è ben più evoluta e costituzionalmente orientata? In luogo dello scontato aggettivo «pubblico» – chi conosce il codice penale sa che la prima risorsa che si può usare in questi casi è utilizzare espressioni proprie della tradizione della giurisprudenza della Corte costituzionale, mentre rispetto al pubblico ci dobbiamo confrontare sulla realtà invece di parlare di cose che non hanno senso – quest’espressione sostituisce alla presunzione di pericolosità di un’espressione pronunciata in pubblico un «concreto pericolo di diffusione». Quindi, vi è un aumento del tasso di garanzia, perché taluno può parlare in pubblico in un contesto nel quale il pericolo di diffusione è escluso, ma tale variante impone che il pericolo sia accertato dal giudice. Il pericolo di diffusione costituisce un concreto pericolo che il giudice deve accertare.

L’espressione utilizzata, ben più evoluta rispetto a quella facilmente immaginabile dell’espressione che si condensa nell’aggettivo «pubblico», consente oggi, con il nemico alle porte – mi riferisco al terrorismo – di punire condotte che sfuggirebbero a una punibilità incentrata sull’aggettivo «pubblico». Proprio la sera della discussione che ha preceduto la seduta di Assemblea i telegiornali davano notizia di incitamenti a farsi esplodere con cinture imbottite di esplosivo che, utilizzando ilweb, taluno comunicava ad altri. Queste espressioni hanno dato luogo ad un’operazione di polizia giudiziaria che si è giovata proprio dell’assenza dell’aggettivo “pubblico” e dell’avverbio “pubblicamente”, che sta nell’articolo 1 della legge Mancino-Violante. Questo per significare che, in un contesto di questo genere, l’eliminazione dell’avverbio “pubblicamente”, che era stato inserito dal Senato, risponde ad un’esigenza di tutela della collettività, che è paradossale non sia stata apprezzata in questo dibattito. Noi possiamo avere punito determinate condotte e compiuto attività investigative perché questa legge Mancino-Violante, che è la legge sul terrorismo interno del 1975, eliminando il termine “pubblico”, ha consentito di colpire condotte che nessuno può seriamente dire siano compiute in pubblico. Infatti, allorquando taluno incita alla violenza, agli omicidi, alla discriminazione e all’odio razziale attraverso gli strumenti telematici, certamente non lo fa pubblicamente.

E allora è un paradosso che il Senato, anzi parte del Senato, sia insensibile a queste esigenze di tutela della nostra società, per tanti versi contraddittoriamente poi a gran voce strombazzate quando queste manifestazioni soltanto esteriori servono a dimostrare che si è in qualche modo interessati a tutelare la sicurezza nazionale.

Se quello che dico è vero – ed è vero, sol che si legga la pagina del disegno di legge che stiamo approvando, laddove si mettono a confronto il testo del Senato e il testo della Camera – e se questo confronto si arricchisce della lettura del mio emendamento, si capisce che in materia di negazionismo questo testo è soltanto più evoluto, per quell’espressione che ho citato, rispetto al testo licenziato dal Senato, dal quale non differisce in alcun modo. Sono francamente sorpreso e vorrei che qualcheduno mi invitasse ad un convegno nel corso del quale dimostrare il contrario (ci sarebbe davvero da ridere). Questo testo si distingue per aver eliminato quel “pubblicamente” che io mi rendo conto, in un contesto di tranquillità sociale, in un contesto di assenza di pericolo di terrorismo, si potrebbe anche introdurre, ma che, in un momento del genere, sarebbe manifestazione di grave irresponsabilità e di indifferenza assoluta nei confronti degli interessi nazionali pensare di poter eliminare.

Allora, siccome il testo che proponiamo non differisce in nulla, se non per l’uso di una espressione più evoluta, costituzionalmente orientata, capace di colpire condotte che non saranno mai qualificabili come pubbliche, le critiche mosse a questo testo sono le stesse che si possono muovere al testo da sempre licenziato dal Senato. Chi ha parlato criticando questo testo ha criticato se stesso. È un qualcosa di francamente sorprendente che taluno si alzi per criticare un testo che è in tutto e per tutto identico al proprio, se non più evoluto per la parte che ho detto.

È identico anche in quella parte – e qui vado ad una conclusione che accelera un percorso di argomentazione che avrebbe potuto anche essere più lungo, ma che avrebbe stancato, dopo tante cose inutili che sono state dette – in cui si dice che l’incitamento, la propaganda e l’istigazione sono puniti a condizione che essi si fondino sul negazionismo.

Questa è una cosa che non si può trascurare di considerare, non soltanto sul versante della sua perfetta identità al testo del Senato. Chiunque ha il testo del disegno di legge può o meno consultarlo, anziché parlare di cose che non esistono nella struttura linguistica del mio emendamento.

Concludo, signora Presidente. Questa espressione è la più significativa sul versante più importante, quello accennato soltanto da qualche intervento. Insomma, questo testo limita il dibattito scientifico-culturale? No (la risposta è categorica), perché in questo caso non si punisce il negazionismo, ma l’istigazione a delinquere e a commettere gravi delitti che si giovi e si fondi sul negazionismo.

 Sarebbe come dire – e mi scuso pubblicamente per questa espressione crudele nel suo estremismo verbale, ma che giova come esemplificazione concreta di ciò che si punisce – «Uccidete il popolo ebraico perché la Shoah se la sono inventata loro». Questa sarebbe condotta riconducibile nel perimetro della punibilità: istigazione a delinquere fondata sulla negazione della Shoah. Ma se non si istiga a delinquere, qualsiasi forma di negazione, di critica storica, politica, culturale, non è minimamente aggredibile da questa disposizione.