Nico D'ascola | L’INTERVENTO IN AULA DI NICO D’ASCOLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO SULLE UNIONI CIVILI
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L’INTERVENTO IN AULA DI NICO D’ASCOLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO SULLE UNIONI CIVILI

10 feb L’INTERVENTO IN AULA DI NICO D’ASCOLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DEL SENATO SULLE UNIONI CIVILI

Signor Presidente, intuisco – mi corregga se sbaglio – che stiamo discutendo sia di questioni connesse al voto segreto, sia della questione volta a determinare il non passaggio all’esame degli articoli. Quindi, se lei non mi corregge, mi permetterò, in maniera estremamente sintetica, di intervenire su entrambe le questioni.
Partendo dalla questione del voto segreto, non c’è dubbio, per lo meno questa è la mia modestissima opinione, che i due istituti, quello delle unioni civili e quello del matrimonio, siano del tutto sovrapposti. Sono sovrapposti anche per una questione ovvia per tutti gli operatori del diritto: la tecnica del rinvio, alla quale si è fatto frequentemente ricorso, determina inevitabilmente l’acquisizione integrale di quella disposizione, non soltanto nel suo significato contenutistico (potremmo dire sul versante della sostanza), ma anche proprio come rinvio ricettizio all’intero contenuto, anche formale, di quella determinata disposizione.
Bene, i rinvii reiterati a 32 disposizioni regolative del matrimonio sono assolutamente inequivocabili al riguardo. Sono identiche le modalità di celebrazione, identiche le modalità di cessazione, identici gli impedimenti. C’è inoltre una clausola di equivalenza: ogni disposizione di rango primario ovvero di rango secondario nella quale compaia la parola “coniuge” o “coniugi” deve intendersi integrata dalle diverse espressioni “partner” o “partners” delle unioni civili. Allora, noi abbiamo un rinvio che determina l’acquisizione della disciplina del matrimonio sul versante di tutte le componenti costitutive che la riguardano.
Citare qui – lo potremmo fare – l’articolo 14 della CEDU, cioè la norma che contiene il divieto di discriminazione, sposterebbe l’accento soltanto sul versante sostanziale della disciplina, ciononostante contribuendo ad arricchire – mi auguro – il tema della discussione.
Comunque si intendano le cose, quella norma che è già disponibile per l’autorità giudiziaria nazionale, ma maggiormente lo sarà per l’autorità giudiziaria europea, sta a significare che non sono consentite quelle che un grande giurista chiamava la truffa delle etichette, cioè a dire che, al di là delle definizioni e malgrado la diversità delle definizioni, se in sostanza si tratta di un matrimonio a quella realtà di sostanza dovrò piegarmi nel senso di prendere atto che ci si trova dinanzi a un matrimonio.
Ma, ripeto, il discorso qui è superfluo, perché il reiterato uso della disciplina del rinvio alla norma corrispondente del codice civile, direi che elimina per chiunque il problema. Allora mi permetto di segnalare un problema. Con molto rispetto ho sentito la relazione che negava il voto segreto perché questa sarebbe una disciplina costruita sull’articolo 2 e non anche sugli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Ma mi permetta, signor Presidente, di fare una precisazione. La medesimezza di disciplina è il risultato di una interpretazione che si conduce sulle norme. Noi possiamo dire che due discipline di ordine generale sono sovrapponibili una volta che abbiamo esaminato articolo per articolo le norme che costituiscono quella disciplina.
Noi qui, al contrario, abbiamo seguito una sorta di inversione del metodo: abbiamo detto che la disciplina, che però non abbiamo analizzato e che dovremo ancora analizzare, è una disciplina la quale rientra – per definizione, sembrerebbe – all’interno dell’articolo 2 e non anche degli articoli 29, 30 e 31 della Costituzione. Allora è viziato, se mi è consentito l’uso di questo participio passato, proprio il ragionamento che giunge ad una conclusione che non è legittimata da un’analisi delle norme, che direi manca del tutto. E qui mi riporto all’intervento del senatore Malan, che ha illustrato meglio di me la medesimezza di una disciplina che conduce ad una risposta inevitabile. Non soltanto si tratta, nella sostanza, ma direi ancora prima, per effetto della tecnica del rinvio, di una disposizione formalmente del tutto sovrapponibile al matrimonio.
Insomma, ci hanno spiegato che c’è sempre qualcheduno che ti può dimostrare che le cose sono il contrario di quello che tu hai rappresentato. E allora, per dare conto delle soluzioni alternative, delle possibili facce rovesciate di ogni fenomeno del quale ogni oratore si dovrebbe fare carico, va detto che ci dobbiamo interrogare su questo fatto: c’era la possibilità di una soluzione diversa? Insomma, in alcune pieghe del discorso è sembrato che non si potesse fare altrimenti, e che la soluzione del rinvio al matrimonio fosse obbligata, perché vi sono delle similitudini che implicavano la necessità di ricorrere alla disciplina del matrimonio. A parte che non si può parlare di similitudini quando sono richiamate integralmente 32 disposizioni fondamentali in materia di matrimonio: non è similitudine, ma è chiaramente una situazione di totale medesimezza.
Ma c’è da dire che già la disciplina dei contratti; i testi legislativi che il nostro Parlamento ha conosciuto (sia pure in legislature precedenti), gli emendamenti presentati, la possibilità di costruire sulla falsariga dei contratti che stanno in altri Paesi moderni (che nessuno si sogna di tacciare di vetustà, retrività, di legami, e non si saprebbe poi per quale ragione sospettati di gravità con il passato), ciò nonostante li prevedano, quindi c’era la soluzione alternativa. Dalla soluzione alternativa noi traiamo, per quel necessario gioco del contrasto, l’affermazione, che ci permettiamo di fare con assoluta umiltà, di una possibilità diversa di risolvere il problema.
Ma dicevo all’inizio che non soltanto c’è una questione di articoli 29, 30 e 31 della Costituzione, anziché di articolo 2, con uno specifico riferimento alla modalità del voto; c’è anche una questione di non passaggio agli articoli, se è vero, per come credo di poter fare, che le due questioni alla fine si sono mescolate, e che quindi nessuno pensa di disturbare i lavori del Senato chiedendo poi di intervenire su una questione che si può trattare nella medesimezza del contesto di un unico intervento.
Al riguardo si possono dire tante cose, ma un minimo di esperienza insegna che ci sono dei punti davvero essenziali in ogni vicenda, gli unici – potremmo dire – dei quali valga la pena discutere, poi ovviamente ogni oratore attribuisce carattere di rilevanza anche a cose che in realtà non la posseggono. Sta tuttavia nell’esperienza di chi regola il dibattito andare a dire qualcosa del tipo: egregio senatore, in questo caso lei sta parlando di una cosa della quale non può parlare. In tale frangente, l’obbedienza all’intervento del Presidente è non soltanto una regola, ma un dovere per chi crede in maniera seria alle istituzioni.
In questo caso il punto della questione è uno. Il non passaggio all’esame degli articoli è funzionale a una riflessione, perché il nostro Regolamento dispone che per sei mesi l’Assemblea debba riflettere, ma non possa ufficialmente intrattenersi sull’argomento. Si determina, quindi, uno spazio di riflessione. La domanda che in un certo senso potrebbe trasformarsi in una contro-obiezione demolitiva della richiesta di non passaggio all’esame degli articoli a mio modesto avviso potrebbe essere questa, ma quale ragione giustificherebbe questa pausa di riflessione? Io credo di poter rispondere a questa domanda, ancorché sia consapevole di aver io stesso formulato la domanda e di prestare io stesso la risposta a una domanda che io stesso ho introdotto. Si tratta di una situazione sui generis in un certo senso, ma chi discute ovviamente non può dialogare, deve immaginare e implicare l’obiezione che gli può essere mossa e immaginare comporta la possibilità di errori, dei quali ovviamente io mi scuserei addirittura anticipatamente.
In questo caso credo che la ragione sia chiara. C’è una situazione di grande divisione, che non è soltanto giuridica. Noi non dobbiamo cadere nell’errore ingenuo di pensare che il diritto sia lo strumento per risolvere conflitti di coscienza. Chi conosce i conflitti di coscienza, anche con riferimento al titolo di un libro storico che sta nella letteratura giuridica in posizione di preminenza, sa bene che il conflitto di coscienza esorbita dallo schema del diritto; certo, si deve alimentare del diritto perché altrimenti sarebbe un’affermazione di conflitto che non si reggerebbe su nulla, ma non c’è dubbio che il Parlamento sia diviso. Tuttavia, non è soltanto il Parlamento ad essere diviso; sono divisi al loro stesso interno i partiti politici, segno dimostrativo che quel dibattito che non c’è stato in Commissione forse queste asperità le avrebbe potute risolvere. Signor Presidente, io non traggo questa affermazione da una convinzione soggettiva (che varrebbe zero), ma dagli emendamenti, perché noi abbiamo emendamenti riferibili a diversi settori politici, allo stesso Gruppo politico, che conducono in direzione opposte.
Allora, se questa è una situazione oggettiva che credo nessuno possa smentire, se vi è una grave situazione di conflitto di coscienza, mi permetto di dire che se in questo Parlamento non vi fosse un grave conflitto di coscienza, questo sarebbe un Parlamento privo di ogni serietà e legittimazione. Una materia di questo genere deve – e lo sottolineo tre volte – creare conflitti di coscienza, perché non può essere regolata attraverso la collocazione pigra di ogni senatore all’interno di un partito politico.
Se questa è la realtà, una realtà asseverata da quello che noi sappiamo, al di là di ciò che compare dal testo degli emendamenti, io credo che anche questa richiesta di non passaggio all’esame degli articoli sia fortemente giustificata. In tal senso preannuncio, in dichiarazione di voto questa volta, il voto favorevole del Gruppo AP, che mi onoro di rappresentare