Nico D'ascola | L’intervista al presidente della Commissione Giustizia del Senato Nico D’Ascola nell’articolo pubblicato su L’Indro dal titolo”Il reato di depistaggio tra luci ed ombre”
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L’intervista al presidente della Commissione Giustizia del Senato Nico D’Ascola nell’articolo pubblicato su L’Indro dal titolo”Il reato di depistaggio tra luci ed ombre”

18 mag L’intervista al presidente della Commissione Giustizia del Senato Nico D’Ascola nell’articolo pubblicato su L’Indro dal titolo”Il reato di depistaggio tra luci ed ombre”

La storia della Repubblica tra gli anni Settanta e Ottanta, fino al 1993, è stata macchiata da alcuni clamorosi depistaggi che hanno alterato, con modalità diverse, il percorso delle indagini riferite ad alcuni tra gli eccidi più sanguinari. Una macchia oscura che con le sue metastasi si estende all’Italia di oggi.

Dalle stragi di Bologna e di Piazza Fontanaa Milano, fino a quella di Piazza della Loggia a Brescia. Dallomicidio di Aldo Moro a quello di Peppino Impastato, sino al mistero che avvolge il ritrovamento dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino e allaTrattativa Stato-Mafia, tanti sono stati i tentativi di inquinare le prove o di occultare la documentazione che avrebbe potuto rappresentare un tassello importante per scoprire tutta la verità, senza strascichi o zone d’ombra.

Antonio Giangrande, sociologo e presidente dell’Associazione ‘Tutte le mafie’, autore di numerosi libri sulle più grandi stragi del passato, tra cui “‘Aldo Moro. Quello che si dice e quello che si tace’ esprime numerose perplessità sul Disegno di Legge in questione. “Dopo tanti anni ancora non sappiamo la verità su una vicenda storica che ha cambiato l’Italia. L’esigenza della verità su un fatto storico, induce le persone offese dal reato, da singoli o in associazione, a pretendere più la punibilità dell’ostracismo, che la conoscenza della stessa verità. Il legislatore, da parte sua, prima o poi, questa esigenza la soddisfa”.

È risaputo, infatti, che molti lati oscuri di queste inchieste, che hanno portato alla decelerazione, affievolimento o addirittura al fermo delle indagini derivano proprio dallamancata collaborazione di pubblici ufficiali con l’autorità giudiziaria, come testimoniano numerosi dossier  (dossier mitrokhindossier Ustica, i documenti sui depistaggi nelle stragi di Bologna e molti altri ancora).

L’11 maggio è stato approvato in Commissione Giustizia un DDL che predispone le condizioni per introdurre nell’ordinamento giuridico il reato di depistaggio e di inquinamento processuale.

Il provvedimento prevede l’introduzione di pene detentive dai 6 ai 12 anni per chi, con modalità diverse, depista le indagini, e si arriva a 20 anni di carcere, con applicazione della pena massima, nel caso in cui intervengano particolari aggravanti, come il coinvolgimento di persone innocenti.

Saranno considerate inoltre tutte le aggravanti che vanno dal traffico illegale di armi o del materiale nucleare, chimico o biologico, fino al favoreggiamento di attività terroristiche. L’attuale relatore del provvedimento, il senatore Felice Casson(Pd) annuncia che il provvedimento sarà calendarizzato sicuramente per la fine del mese e puntualizza che dovrà comunque tornare alla Camera perché sono state apportate alcune sostanziali modifiche al testo originario. Per esempio l’inasprimento delle pene se a commettere il reato è un pubblico ufficiale.

Eppure Giangrande non è affatto convinto che il Disegno di Legge apporterà dei cambiamenti significativi, soprattutto in relazione alla scoperta della verità sulle stragi passate e presenti, ma neppure configura degli elementi di chiarezza in una prospettiva futura. “Non è una norma aggiuntiva a quelle già esistenti ad indurre l’autore del depistaggio o dell’inquinamento processuale a cambiare comportamento o a far conoscere l’agognata verità. Il Codice Penale italiano prevede già la calunnia, la falsa perizia, la falsa testimonianza, la falsa informazione al Pubblico Ministero od al difensore, la frode processuale o il favoreggiamento processuale. La novella speciale si aggiunge alle precedenti, affidandosi all’interpretazione delle toghe per la sua applicazione. Inoltre, applicata all’autore del reato primario, come concorso del reato, potrebbe in alcuni casi aggravare la pena, tanto da farla diventare non proporzionale al fatto commesso  chiarisce il sociologo.

Tra gli aspetti preminenti del provvedimento vi è anche la reclusione fino a quattro anni per chiunque impedisca, ostacoli o svii un’indagine o un processo penale, anche attraverso l’occultamento delle prove o l’alterazione della documentazione, con un inasprimento della pena (da un terzo alla metà) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale. La pena invece è diminuita dalla metà a due terzi nei confronti di coloro che si adoperano a ripristinare lo stato originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle prove, o ad evitare che il delitto commesso comporti ulteriori conseguenze. In pratica, la riduzione della pena è prevista per coloro che collaborano con la Polizia o l’autorità giudiziaria per ricostruire il fatto che ha causato l’inquinamento processuale e per identificarne gli autori.

L’Indro su questo Disegno di Legge ha interpellato anche uno dei relatori del provvedimento, il senatore Nico D’Ascola (AP NCD-UDC), che ha seguito gran parte del percorso legislativo conclusosi con l’approvazione del testo in Commissione Giustizia.

Gli abbiamo chiesto le motivazioni che hanno allungato i tempi di approvazione, tenendo conto che si tratta di un provvedimento già approvato alla Camera nel settembre 2014. Sembrava aver subito un blocco dei lavori al Senato, fino a quando non è stato assegnato alla Commissione competente nel luglio 2015.

D’Ascola riferisce la difficoltà di dover intervenire su una materia così complessa come quella che riguarda norme del diritto penale incriminatrici e fortemente limitative della libertà personale. Ma ammette che una volta superati gli ostacoli tecnico-giuridici, il proseguo dell’iter parlamentare è stato in discesa.

Non ci sarebbe stato quindi alcun conflitto di natura politica, tant’è che l’11 maggio il provvedimento è stato approvato all’unanimità. Tra gli aspetti che il provvedimento prende in considerazione vi è la proporzionalità del reato in relazione sia alla fattispecie sia alla sua gravità sia allo stato di luogo, di cose o di persone in cui quel reato viene commesso. Il depistaggio nasce sostanzialmente da una sommatoria tra le falsità processuali e la falsa testimonianza. Si punisce separatamente la condotta di chi abbia commesso depistaggio durante l’attività processuale, ovvero abbia reso falsa dichiarazione o taciuto con falsa testimonianza circostanze rilevanti, con attività di inquinamento durante la fase di accertamento del giudiceIl depistaggio, inoltre, è aggravato se commesso in relazione a procedimenti dedicati all’accertamento di reati particolarmente gravi” aggiunge D’Ascola.

In pratica, sarà punita solo la fattispecie in cui vi è l’intenzionalità a compiere il reato di depistaggio o di inquinamento processuale, magari per favoreggiare persone o organizzazioni criminali. È proprio su questo, secondo Giangrande, che il Disegno di Legge non interviene adeguatamente per punire , in proporzione alla gravità del fatto commesso, chi colposamente commette delle gravi imperizie che ostacolano, impediscono o fuorviano il proseguo delle indagini. “Il provvedimento non aggiunge niente di nuovo all’effetto sperato. D’altronde si dà sempre per scontato che l’opera degli inquirenti e degli investigatori sia meritoria. La carenza strutturale è che non si prevede la punibilità del responsabile delle indagini che durante le sue funzioni abbia trascurato per ‘Colpa’ degli elementi probatori essenziali e non rinnovabili alla soluzione del caso ed alla conoscenza della verità. Questo affinché l’impunità dello stragismo non sia impunità di Stato” sottolinea il presidente dell’Associazione ‘Tutte le Mafie’.

Su questo aspetto, però, D’Ascola obietta che “punire una sottovalutazione per colpa, un soggetto che non si è reso conto dell’importanza dell’elemento investigativo, magari sulla base d elementi intervenuti successivamente ai fatti contestati, creerebbe un circuito mostruoso di presunzioni. Francamente, mi sembrerebbe fortemente limitativo della libertà dell’investigatore. Non credo che nessun ramo del Parlamento avrebbe avallato una impostazione di questo generePoi, nel caso in cui si verificano gravi imperizie, imprudenze o negligenze da parte di un investigatore, un Pubblico Ministero o un giudice c’è già la responsabilità disciplinare o civile, che interviene a seconda del contesto o del tipo di antigiuridicità, valutando se ci sono degli elementi illeciti rispetto ai quali commisurare una sanzione. In certi casi, la sottovalutazione può essere del tutto incolpevole” chiosa il senatore.

Arriviamo quindi all’aspetto politico della vicenda legata all’occultamento delle prove o all’universo delle omissioni, delle bugie o alla distruzione di materiale che poteva essere utile allo svolgimento delle indagini. Pur non essendoci elementi che facciano pensare ad un coinvolgimento diretto di influenze politiche nel depistaggio delle indagini, esistono delle comprovate connivenze, per esempio, tra alcune frange estreme della politica e alcune associazioni criminali o terroristiche.

La vicenda del rapimento di Aldo Moro e della conseguente uccisione ne è la dimostrazione lampante, ma anche la strage di Piazza Fontana a Milano su cui “le indagini si susseguiranno nel corso degli anni, con imputazioni a carico di vari esponenti anarchici e neo-fascisti; tuttavia alla fine tutti gli accusati sono stati sempre assolti in sede giudiziaria” argomenta Giangrande. O ancora, sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia,  le indagini si protrassero a lungo, per ben 41 anni.

Nella strage dalla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, si giunse ad una sentenza definitiva della Corte di cassazione il 23 novembre 1995. Vennero condannati all’ergastolo, quali esecutori dell’attentato, i neofascisti dei NAR Giuseppe Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che si sono sempre dichiarati innocenti (mentre hanno ammesso e rivendicato decine di altri omicidi, con l’eccezione di quello di Alessandro Caravillani, di cui la Mambro si dice innocente)” commenta il sociologo.

Per Giangrande, la vera falla di questo provvedimento è che interviene semplicemente per punire coloro che depistano le indagini, ma non contribuisce in alcun modo alla scoperta della verità. Inoltre non interviene sulle complicità istituzionali, che non sono quelle strettamente legate al mondo politico, come si potrebbe pensare, ma sono ad esempio legate ai Servizi Segreti.

I politici nel tempo cambiano e se fossero loro gli influenzatori o gli occultatori, prima o poi uno di loro canterebbeCredo che si debba intervenire di più sulla capacità investigativa e sulle complicità istituzionali ed avere diritto a dirlo quando questi sono carenti o devianti e porvi rimedio. Cosa diversa è il mea culpa che la stampa dovrebbe farsi. Un buon cane da guardia della democrazia, se fosse all’altezza della sua autocelebrazione, la verità la scoverebbe al posto degli inquirenti incapaci o delle istituzioni deviate, come fosse un osso nascosto. Senza partigianeria” argomenta Giangrande.

All’interno del provvedimento non è prevista la retroattività che, come sostiene il relatore Nino D’Ascola, sarebbe anticostituzionale. Tuttavia se fosse stato introdotto molti anni fa, secondo il presidente dell’Associazione ‘Tutte le mafie’, non sarebbe cambiatomolto nel proseguo delle indagini sulle più grandi stragi del passato. “Non sono le aspettative della piazza a far cambiare le cose, ma la consapevolezza che le norme sono solo frasi in nero su foglio bianco. Quando qualcuno sarà veramente libero di scrivere o parlare e gli sarà permesso di farlo senza ritorsioni, allora la verità verrà a galla. Perché oggi viviamo in un mondo dove se parte la legittima critica, scatta immediata la querela per diffamazione o per calunnia. E purtroppo il potere probatorio è solo in mano alle toghe: giudicanti, ingiudicate” conclude Giangrande

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