Nico D'ascola | SCUOLA DI CULTURA POLITICA:LA LEZIONE DELL’ON. BERTINOTTI
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SCUOLA DI CULTURA POLITICA:LA LEZIONE DELL’ON. BERTINOTTI

03 mar SCUOLA DI CULTURA POLITICA:LA LEZIONE DELL’ON. BERTINOTTI

Il secondo modulo del corso 2016-2017 della Scuola di cultura politica organizzata dall’ISESP con la collaborazione del DiGiEc dell’Università Mediterranea è proseguito con la conferenza dell’On. Fausto Bertinotti. Il Presidente Bertinotti ha ricoperto diversi incarichi  istituzionali  ed è stato Presidente della Camera dei deputati tra il 2006 e il 2008. E’ direttore della Rivista ‘Alternative per il socialismo’ con la quale lavora alla ricostruzione di una cultura politica della trasformazione. L’On. Bertinotti è intervenuto sul tema “Morale e politica”: ”Possiamo vedere la questione della moralità e dell’etica come lealtà costituzionale. Penso che questo sia il prisma entro il quale leggere il rapporto tra etica e politica nel nostro tempo, dotando questa relazione di una propria autonomia e di una propria specificità, quindi non dovendo dipendere né da una fede religiosa né da una particolare dottrina politica, ma invece essendo fondata su l’autonomia della politica, quella  capace di dotarsi di una propria fondazione morale ed etica che si trova nella Costituzione. La Costituzione è un ordinamento che può parlare della morale se è assunta dal popolo, anzi  la Costituzione, soprattutto l’art.3,  in questa lettura, è un elemento costitutivo del popolo che un processo di costruzione storica. C’è stato un ciclo della vita italiana   nel quale questo pensiero, questa costruzione ha attraversato diversamente, ma sostanzialmente la vita pubblica del Paese. In un Paese che non ha avuto i riformatori dall’alto, questa è stata generatrice di una cultura diffusa, che ha prodotto dal basso il processo di evoluzione del Paese, un processo dove etica e politica sono state guidate ad una unione dall’ispirazione costituzionale. C’è stato un tempo in cui la politica è stata un lievito della società civile. Appartengo ad una generazione, in cui i leader politici venivano indicati non tanto e solo per la loro capacità di progettazione, ma per la loro moralità. Una generazione formata dalla esigenza di rompere una gabbia e fare irrompere sulla società questo bisogno di libertà, giustizia. La politica è stata un luogo di non solo esercizio morale ma di illustrazione alla società civile di comportamenti morali. Dalla politica è venuta alla società civile una propensione a fare il bene comune”. Presente all’incontro Raffaele Cananzi, presidente dell’ISESP. Ha moderato, Daniele Cananzi, coordinatore scientifico della Scuola:” Onestà ed etica sono due cose distinte,  non si possono contraddire. Il dibattito attuale  nella migliore delle ipotesi è sulla onestà, è manca totalmente sulla eticità, che poi è la parte costruttiva del pensiero politico. Quello che vale per l’onestà è un criterio binario, nell’etica c’è tutta un’altra tensione. C’è una tensione etica che è dimostrata dalla passione. La politica è passione che significa partecipare, incorporando ciò che si studia. La fine delle ideologie può essere l’inizio post ideologico,  lì dove si tratta di rivitalizzare la tradizione. L’unico modo per intendersi, per potersi dire eredi di una tradizione non è il ripeterla, ma renderla attuale. La tradizione ha un senso nel futuro e non nel passato e quello che si sostiene va sempre messo in discussione. Dietro la dottrina c’è un pensiero. Il mezzo e il fine non si mischiano assieme, dove la dottrina non è fine ma è mezzo”. Le conclusioni sono state del  presidente della Commissione Giustizia del Senato e direttore della Scuola Nico D’Ascola:” “Dobbiamo constatare che la ideologia è  la autogiustificazione attraverso processi di elaborazione di categorie intellettuali omogenee. Diamo un obiettivo all’agire politico che non può essere liquido, cioè tale da adattarsi alle diverse situazioni che si creano, e quindi è la soluzione del problema concreto che implica anche sostanzialmente la possibilità di mutare l’obiettivo politico in funzione della opportunità di trovare stratagemmi comunque risolutivi di un problema politico concreto, contingente, magari temporaneo e quindi mutevole. La mutevolezza dell’obiettivo politico determina la necessità di trovare soluzioni diverse, ulteriori, non necessariamente tra di loro omogenee che finiscono per inseguire problemi contingenti. La perdita della ideologia è sostanzialmente la perdita di un fine. Di quel fine che è unificante. La ideologia determina una concentrazione di valori, quindi la sottomissione del fine ad una idea unitaria sul piano politico è garanzia, non soltanto di omogeneità dell’agire politico rispetto alle diverse, contingenti situazioni, ma anche garanzia della possibilità di dare una risposta nella quale la società poi,  si riconosca ed esprima un giudizio di apprezzamento o di rifiuto in virtù della corrispondenza di quell’agire alla ideologia che costituisce lo schema generalizzante, unitario all’interno del quale si opera, ma nello stesso tempo un giudizio di natura assiologica sulla accettabilità, sulla condivisibilità  della stessa ideologia. Questo processo di concentrazione delle ideologie determina non soltanto coerenza assiologica, valoriale del quadro politico, ma nello stesso tempo un incremento della capacità di decifrare le situazioni e di orientare il proprio comportamento politico rispetto alla lealtà ad un quadro politico all’interno del quale di è deciso di operare generativo di consenso”.

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